C’è poco da fare, il 2020 sembra essere stato scelto dal destino come l’anno dei record negativi. Non esageriamo nel fare questa affermazione: basti pensare alla realtà che stiamo vivendo da qualche mese a questa parte. Il peggiore dei pessimisti probabilmente non si sarebbe aspettato di rimanere più di due mesi chiuso nella propria abitazione a causa di una pandemia.

Prima di questa però abbiamo visto il continente australiano bruciare in una maniera spaventosa, e abbiamo continuato a convivere con i soliti cambiamenti climatici che, purtroppo, ormai conosciamo fin troppo bene. Le temperature medie sono in continuo rialzo: in Antartide, nel pieno dell’estate dell’emisfero sud, si sono raggiunti picchi mai misurati prima.

Nel dubbio, anche a nord

Insomma, il 2020 sembra essere nato sotto una stella sbagliata. In moltissime chiavi di lettura l’uomo non è solo vittima, ma anche fautore principale di questa serie di tragedie. I numeri della pandemia derivano dall’insufficienza dei servizi sanitari, mentre le fiamme australiane da gesti dolosi per interessi economici. In generale l’aumento delle temperature è imputabile solo ed esclusivamente all’attività antropica, soprattutto successiva alla prima rivoluzione industriale.

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Vi abbiamo raccontato del record in Antartide, ma qualche giorno fa è accaduto qualcosa di simile anche nell’emisfero nord. Nel villaggio di Verkhoyansk, in Siberia, il termometro ha segnato ben 38°. Si tratta di un record assoluto per la zona del Circolo Polare Artico, che in precedenza apparteneva a Fort Yukon, in Alaska. Qui si misurarono 37,8 gradi più di un secolo fa.

Parliamo di una zona in cui, durante l’inverno, si può arrivare fino a -67,8°. Nel mese di maggio, in piena primavera, le temperature medie hanno stazionato sui 20 gradi centigradi, circa dieci in più della media del periodo degli scorsi decenni.