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Fauna selvatica in Italia, 12 specie a rischio: ecco quali sono

Molto spesso ci capita di parlare dell’argomento biodiversità. Con questo termine ci si riferisce alla varietà di organismi viventi nelle loro diverse forme, e nei rispettivi ecosistemi. In Italia sotto questo profilo, fino ad oggi, non possiamo lamentarci. Sul nostro suolo infatti crescono circa la metà delle specie vegetali presenti sul suolo europeo e vivono qualcosa di molto vicino al 33% di quelle animali. Nonostante ciò, negli ultimi anni il potenziale naturale sta diminuendo in maniera drastica a causa di tutta una serie di eventi riconducibili all’attività antropica. Le conseguenze peggiori le sta pagando una piccola fetta della fauna selvatica.

Secondo quanto riportato da Legambiente all’interno del suo ultimo report, pubblicato in occasione della Giornata Mondiale della fauna selvatica che si è svolta proprio ieri, in Italia le specie a rischio sono ben 12. Nel dettaglio, queste sono: il grifone, la trota mediterranea, il tritone crestato italiano, la lontra, le farfalle, gli impollinatori, gli squali, i delfini, la tartaruga Caretta caretta. A questi si aggiungono purtroppo anche l’orso bruno marsicano, il lupo e il camoscio appenninico.

Ecco le specie a rischio in Italia

Rispetto alla situazione della fauna selvatica nostrana, Legambiente commenta: “Occorre tutelare di più la fauna a rischio del Paese risolvendo i conflitti tra le istituzioni”. Questo lo si può fare: “incrementando le risorse economiche e istituendo le aree protette marine e terrestri a partire da quelle già previste”.

Ovviamente la priorità va data a quelle specie che stanno correndo il rischio più alto, ovvero quello dell’estinzione. Sottovalutare però la questione rispetto alla fauna selvatica che ancora non fa segnalare numeri così bassi sarebbe sbagliato. Lasceremmo aggravare la situazione senza muovere un dito, proprio come è capitato spesso nella nostra storia.

Se infatti a livello globale siamo stati spettatori della diminuzione delle specie di vertebrati pari al 68% nell’ultimo cinquantennio, almeno in Italia potremmo tentare di invertire la rotta.

 

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