Nel mondo odierno siamo in grado di compiere il giro del mondo seduti su una comoda sedia davanti alla nostra scrivania di casa. Se questo concetto già era chiaro precedentemente al 2020, nel periodo della pandemia è diventato palese ed evidente. Non è mai stato infatti un mistero che, grazie ad alcune applicazioni di largo consumo, è possibile osservare in modalità “street view” la quasi totalità dei luoghi presenti sul nostro Pianeta.

Affascinante, direte. Effettivamente è così, anche se un’immagine su internet non potrà mai rendere la medesima sensazione che regala avere davanti ai propri occhi, realmente, l’Empire State Building. Tutta questa accessibilità telematica però sembra non andare giù ad una popolazione aborigena: vediamo insieme il perché.

Anche i migliori sbagliano

Sembrerà un discorso assurdo, ma il mondooccidentale” alcune volte non si rende conto di alcuni “errori di considerazione” nei confronti delle minoranze etniche e religiose. Fornire un’immagine o addirittura un tour telematico di un luogo, può ledere la sensibilità di alcune realtà radicate sul territorio.

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In effetti è successo proprio qualcosa di simile. Google si è vista costretta a rimuovere il tour virtuale del Monte Uluru, considerato sacro dalla cultura indigena Anangu. Nel 2017 fu vietato ai turisti di scalare i 348 metri che occorrono per raggiungere la cima. Dopo una segnalazione effettuata dalla Australian National Parks, il colosso californiano è stato costretto a rimuovere anche la versione virtuale della passeggiata sul monte sacro.

Questo masso, situato nel Parco Nazionale Uluru-Kata Tjuta è considerato una delle attrazioni più belle del deserto australiano e dell’intero continente. La sua peculiarità, detto in ottica “laica”, è quella di cambiare colore a seconda dell’inclinazione con cui viene colpito dai raggi del sole. Si passa infatti, nell’arco di una sola giornata, dal tipico rosso vivo ad una tonalità di grigio molto simile all’argento.