Siamo stati abituati a crescere con la consapevolezza che gli alberi, e più in generale le piante, siano cruciali per l’ecosistema terrestre. Effettivamente è così: il processo di assorbimento dell’anidride carbonica e rilascio di ossigeno nell’atmosfera è assolutamente fondamentale per respirare un’aria ideale.

Con il passare del tempo e tramite lo sviluppo tecnologico, l’uomo è stato sempre più in grado di prendere possesso del Pianeta, colonizzando aree precedentemente incontaminate da esso. Se questo processo mantenesse un equilibrio, sarebbe anche lecito: il problema sono sempre gli interessi economici. Negli anni infatti anche le aree più verdi, definite i “polmoni” della Terra, hanno visto una drastica riduzione per scopi antropici.

Rischio serio

Tra queste annoveriamo sicuramente la foresta pluviale dell’Amazzonia, situata nella parte meridionale del continente americano. La deforestazione e gli incendi negli ultimi anni hanno eliminato una “macchia verde” pari alle dimensioni dell’Italia, ovvero di 300 mila chilometri quadrati. 

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Negli ultimi mesi purtroppo le fiamme continuano ad avanzare, con un incremento pari a circa il 30% rispetto ai mesi estivi del 2019. Nel report “Fuochi, foreste e futuro: Una crisi fuori controllo?” il WWF ha esplicitato il rischio di danni irreversibili al nostro Pianeta. Lo studio, condotto assieme ad esperti del Boston Consulting Group, tra le varie annotazioni, dice:

Molti ricercatori sono concordi nel dire che la distruzione della foresta amazzonica si stia velocemente avvicinando al “tipping point”, un punto di non ritorno previsto in 10-15 anni. La perdita tra il 20% e il 25% della distesa di alberi porterebbe infatti ad una drastica riduzione delle piogge e dell’umidità cruciali per fare vivere e mantenere la foresta stessa

Dinamiche drammatiche dunque si apprestano a sorgere grazie all’azione dell’uomo. È più che necessaria una chiarissima inversione di rotta, prima che sia realmente troppo tardi.