Siamo abituati a pensare l’inquinamento relativamente ai materiali plastici come qualcosa di tangibile fisicamente. Negli ultimi anni, a dirla tutta, questo ci è stato insegnato quando si è parlato di questo genere di abuso nei confronti del nostro Pianeta. Impossibile essere al corrente su ogni aspetto, ma le novità che leggiamo sono assolutamente preoccupanti.

Complicati da riciclare, i materiali plastici hanno invaso in ogni dove la nostra Terra. La mentalità consumistica ci ha spinti fino a raggiungere il limite della sopportazione, dovendo prendere seri provvedimenti a riguardo. Negli Oceani, a migliaia di chilometri dalle coste continentali, abbiamo trovato residui di poliuretano ed altri materiali chimici appartenenti alla famiglia delle plastiche. Addirittura, sembra che molti animali marini siano attratti da questi, finendo per deglutirli facendo del male a se stessi.

Senti come viene giù

Purtroppo però non si tratta dell’unico scotto da pagare per quanto riguarda questo genere di abuso. Una ricerca condotta dall’Università dello Utah e resa pubblica su Science ci riporta una verità di fronte alla quale non possiamo che rimanere scioccati.

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Sembra infatti che le microplastiche prendano parte a quello che conosciamo da sempre come il ciclo dell’acqua. Viaggiano dunque tra mare, cielo e terra, abbattendosi sul continente all’interno delle piogge torrenziali. Le vittime preferite di queste precipitazioni “chimiche” sarebbero le grandi metropoli, ma i residui sono presenti anche dove la natura fa da padrona al panorama.

Secondo i ricercatori infatti, analizzando le aree di 11 parchi protetti negli Stati Uniti sono stati rinvenuti quantitativi spaventosi. Parliamo dell’equivalente di circa 123 milioni di bottiglie di plastica, per un totale di almeno mille tonnellate di residui plastici.

 

“siamo rimasti scioccati e abbiamo ripetutamente fatto i calcoli per capire se fossero sbagliati. Abbiamo così verificato che circa il 4% delle particelle atmosferiche provenienti da queste località remote erano polimeri sintetici”

Parola di Janice Brahney, coordinatrice del gruppo di ricerca. Tra i luoghi più interessati dal fenomeno troviamo purtroppo uno dei simboli del continente americano: il Grand Canyon.  È più che necessario intervenire per cambiare questa tendenza, altrimenti rischiamo di trovarci realmente in balia di una tragedia ambientale su scala intercontinentale.