Ciò che occorrerebbe, soprattutto nel mondo occidentale, è e rimarrà probabilmente un miraggio. Parliamo di una rivoluzione culturale, qualcosa che arrivi alle radici delle nostre abitudini e che scardini convinzioni ormai palesemente sbagliate.

La globalizzazione, il consumismo e più in generale la spensieratezza con cui affrontiamo un tema sensibile come lo spreco del cibo, sono innegabilmente dei problemi che andrebbero risolti. Nel 2020 esiste ancora una larghissima fetta di popolazione mondiale che non è in grado di ingerire due pasti al giorno. Gettare qualcosa nel cestino quando altri darebbero tutto ciò che possiedono per poter avere un pasto “degno”, deve farci assolutamente riflettere.

Nulla di più sbagliato

Come già anticipato, la mentalità consumista è stata la rovina del nostro mondo. Alcuni calcoli stimano il fabbisogno giornaliero medio di un uomo per circa 1900 calorie. Ad oggi, sempre in media, abbiamo la possibilità di arrivare addirittura a 4000. Questo cosa significa? Due alternative: o mangiamo fino a svenire, o finiamo per buttare del cibo che si è deteriorato prima di tornarci utile.

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“Cambiare si può e dipende solo da noi. Bisogna intervenire con scelte collettive, attuando strategie a lungo termine. E’ necessario invertire il concetto del ‘produrre tanto a prezzi bassi’ in nome di un risparmio individuale che però ha un enorme costo sociale. Il prezzo basso, infatti, è un concetto fuorviante da ogni punto di vista che pagheranno caro, sia in termini ambientali che di salute, le generazioni future”.

Questo il commento di Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì, riguardo questo tema sempre più attuale. La FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), stima che circa il 30% del cibo nel nostro frigo finisce nella pattumiera. Speriamo quantomeno in quella dell’umido.