La pelliccia, per tantissimi anni, è stato il capo che più ha rispecchiato l’essenza della moda.

Simbolo di eleganza, di stile e di distinzione, per alcuni. Di ricchezza e di ostentazione, per altri. Di certo, non di buon gusto o di buon senso. Attualmente, la pelliccia è solo sinonimo di morte e sofferenza,ma sembra che chiunque decida di indossarla non ne sia consapevole. Una tendenza diffusa in tutto il mondo, con l’Italia, terra di maison di lusso, capofila di questa macchina del dolore.

Ma, finalmente, in epoca recente, il fenomeno si sta affievolendo.Ma ancora molto, forse troppo, lentamente. Oggi nel nostro Paese, rispetto a quanto avveniva, ad esempio, nel periodo tra gli anni ’80 e ’90, le abitudini delle persone in fatto di abbigliamento stanno vivendo una fase di forte cambiamento.

--pubblicità--

La pelliccia non sembra, per fortuna, andare più tanto di moda. Molti marchi hanno virato, infatti, su materiali sintetici che offrono comunque lo stesso “effetto” alla vista, ma senza generare sofferenza in nessuna creatura. Anche diverse case di moda hanno abbandonato l’uso di pelli animali, un po’ per scelta etica, un po’ per rientrare dei costi necessari a coprire la produzione di materiali di cui la domanda, oggi, risulta inferiore. Uccidere (nel migliore dei casi, perché spesso visoni, volpi e altre creature vengono scuoiati mentre sono ancora in vita) per la pelle è quanto di più atroce un essere evoluto come l’uomo possa fare. Non è giusto, non serve e danneggia tutti. Danneggia persino l’uomo stesso. Quello che appare è che l’industria delle pellicce, compresi gli allevamenti per gli animali destinati a questo “mercato”, produce un impatto devastante per l’equilibrio ambientale del nostro pianeta.

 

LA SITUAZIONE IN ITALIA

 

È l’Associazione Italiana Pellicceria (AIP) a fornire l’affresco più esaustivo su ciò che sta vivendo il nostro Paese in questo periodo, spiegando come per i propri associati stiano arrivando tempi duri. Un qualcosa che, se vogliamo, fa tirare un mezzo sospiro di sollievo, anche se i numeri dei guadagni sono ancora da capogiro. La ricerca annuale commissionata a Price Waterhouse Cooper evidenzia che dal 2011 la produzione di pellicce in Italia è in costante declino. Dagli 1,6 miliardi di euro del 2011 (già in calo rispetto agli 1,8 miliardi del 2006 e 2007) il valore della produzione italiana nel canale commerciale è sceso a 1,2 miliardi. Tra il 2015 e il 2016 il calo è stato dell’11,3%. Tra gli operatori emergono preoccupazione e scetticismo: il 56% degli intervistati ritiene che il mercato sia in declino e il 41% che nei prossimi tre anni le pellicce perderanno altre quote di vendita. L’Italia è stata colpita anche dalle sanzioni economiche dell’Unione europea contro la Russia, che hanno compromesso le esportazioni di pellicce. E per il 2017 Price Waterhouse Cooper non prevede miglioramenti, ma solo cali più contenuti. Complice il cambio di gusto, che alla classica mantella predilige inserti più discreti, i negozi di pellicceria hanno perso incassi, mentre l’AIP riconosce che solo l’alta moda fa un uso massiccio delle pellicce. I prezzi continuano a calare anche a livello internazionale. Alla fiera Saga di Oslo, la volpe nel 2016 si pagava 60 euro a pelle, il 52% in meno rispetto al 2015 e il 20% rispetto al 2012. Alla Kopenhagen Fur, in Danimarca, l’anno scorso il visone si acquistava a 29 € a pelle, contro il picco degli 81 nel 2013. Anche in Cina, Stati Uniti e Francia si comprano meno pellicce.

 

Secondo le associazioni animaliste, nel nostro Paese, ogni anno, vengono uccisi 160mila animali. Attualmente, in Parlamento sono depositate ben due proposte di Legge per il divieto dell’allevamento di animali da pelliccia, ma non sono ancora state discusse.

 

 

L’IMPATTO AMBIENTALE

 

Quanto “costa” al nostro clima la produzione delle pellicce? Spesso i materiali sintetici, che siano vestiti o altro, sono criticati perché, secondo alcuni, costituiscono una grande fonte di inquinamento. Molto probabilmente in pochi sanno che 1 kg di pelliccia provoca un impatto sui cambiamenti climatici superiore di 14 volte rispetto al pile. In sintesi, 1 kg di cotone, acrilico e poliestere inquina meno e non comporta la morte di nessun essere vivente. Senza contare tutto ciò che avviene nel procedimento di lavorazione della pelliccia, nemmeno lontanamente paragonabile a quello di altri materiali. La pelliccia che provoca l’impatto ambientale maggiore è quella di visone: per ottenerne almeno un chilo, devono essere uccisi oltre 10 animali. Inoltre, occorre ricordare che anche nel periodo di detenzione il visone deve mangiare e, nel corso della sua vita, ha bisogno di circa 50 kg di cibo che, se moltiplicati per i visoni che vengono uccisi, diventano oltre 500: un chilo di pelliccia, quindi, costa oltre 500 kg di cibo. Una gestione dei costi folle e una fase di lavorazione successiva che, come se non bastasse, contribuisce alle emissioni di gas responsabili della riduzione dello strato di ozono e di tante altre problematiche ambientali.

 

La situazione in Europa

 

In Europa, molti Stati hanno già vietato questa forma di sfruttamento animale: Regno Unito (dal 2000); Danimarca (dal 2009 vietate solo le volpi); Austria (2004); Olanda (dal 2024); Croazia (2017); Slovenia (2013); Repubblica Ceca (2019); Lussemburgo (2018); Belgio (dal 2023) hanno chiuso gli allevamenti.

In Spagna, invece, dal 2007 non è più possibile avviare nuovi allevamenti. In Germania dal 2022 entreranno in vigore standard minimi strutturali per assicurare un migliore trattamento degli animali ma che, di fatto, hanno giù portato alla chiusura di tutti gli allevamenti esistenti. In Svezia, invece, è già stata approvata la dismissione di allevamenti di cincillà e volpi. Il divieto di allevamento di animali da pelliccia è già stato approvato anche da altri 5 Stati in area europea: Repubblica di Macedonia (2014); Serbia (2019); Bosnia ed Herzegovina (dal 2029); Norvegia (dal 2025) e Svizzera.