Dopo la richiesta pressante dei compratori internazionali e soprattutto delle associazioni ambientaliste, prima tra tutte Oceana, la Corte d’Appello Cilena ha ordinato alle aziende produttrici di salmone del Cile di rendere note le quantità di antibiotici usate nelle loro colture. E i risultati sono stati decisamente preoccupanti.

 

 

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Antibiotici, i dati di un consumo da record

 

Il 2015 ha visto utilizzare quantità di antibiotici mai così alte, raggiungendo il picco dal 2007. Dai dati messi a disposizione dalle compagnie cilene, come il Sernapesca fisheries group, e raccolte nel rapporto reso pubblico dal Governo Cileno, si calcola che nel 2015 su 846.163 tonnellate di salmone prodotto sono stati iniettate 557,2 tonnellate di medicinali, raggiungendo un tasso nel pesce dello 0,066%. Tra le società con il maggior uso di antibiotici c’è Australis Seafoods, con 1.062 grammi di antibiotici per tonnellata di pesce. Cermaq, di proprietà del giapponese Mitsubishi Corp, è invece la compagnia che ha riferito il minor uso di antibiotici, con 391 grammi per tonnellata di pesce. I numeri diventano ancora più chiari se confrontati unnamedcon quelli degli anni precedenti oppure con quelli dell’altro grande Paese produttore di salmone e cioè la Norvegia. Nel 2010, dunque solo 6 anni fa, la produzione di salmone si attestava sulle 466.857 tonnellate a fronte di 143 tonnellate di trattamento (circa 4 volte meno) per un tasso di antibiotici sul pesce dello 0,031%. Nel 2014, invece, sempre in Cile erano state prodotte circa 895mila tonnellate di pesce, cui erano stati somministrati 563.000 chili di antibiotici, con un aumento del 25% rispetto al 2013. Totalmente differenti i dati della Norvegia che, nel 2013, aveva prodotto 1,3 milioni di tonnellate di pesce ricorrendo solo a 972 chili di antibiotici. Queste discrepanze derivano da strategie molto differenti messe in atto dai due Paesi nella lotta contro le malattie che spesso attaccano le popolazioni di salmoni, malattie frequentemente dovute anche alle condizioni nelle quali vivono i salmoni che crescono negli allevamenti intensivi, sottoposti a grandi stress e quindi più deboli e più esposti all’attacco di agenti patogeni. Mentre infatti da anni la Norvegia ha sviluppato vaccini contro la maggior parte delle infezioni dei pesci e li ha impiegati in grandi quantità, il Cile ha preferito affidarsi all’uso degli antibiotici, spesso anche come prevenzione delle malattie, in particolare per cercare di limitare i danni del batterio Piscirickettsiosi, causa di emorragie nei pesci, danni ai reni e milza e morte.

 

 

L’eccessivo uso di antibiotici nocivo anche per l’uomo

 

I risultati ottenuti nel 2015 arrivano in realtà dopo altri studi che negli scorsi anni avevano già messo sotto i riflettori la situazione del salmone cileno. Uno studio del 2011, ad esempio, aveva scoperto il crescente ed eccessivo uso di grandi quantità di antimicrobici utilizzati come profilassi contro le infezioni batteriche e dovuto principalmente a condizioni insalubri e malsane nell’allevamento dei pesci. Nel febbraio del 2016, invece, in un altro studio condotto da Felipe Cabello, professore di Microbiologia ed Immunologia al New York Medical College, è stata evidenziata la presenza di geni batterici resistenti nei salmoni di un particolare sito del Cile. Lo studio ha rilevato due casi relativi a infezioni del tratto urinario, uno in un ospedale nei pressi di un impianto di acquacoltura in Cile e un altro a New York City. In entrambi i casi i pazienti avevano un batterio con lo stesso corredo genetico dei batteri marini in fase di studio ed entrambi contenevano geni resistenti ai chinoloni antibiotici chemioterapici. Questo è un elemento che da tempo preoccupa gli scienziati di tutto il mondo in quanto tali geni potrebbero essere trasferiti nel corpo umano portando così ad una maggiore resistenza nei confronti degli antibiotici e quindi alla difficoltà di combattere quelle malattie che oggi, proprio grazie all’uso degli antibiotici stessi, sono facilmente debellate.

 

Maggiore richiesta di pesca sostenibile: il mercato risponde

 

Già dallo scorso anno le prime a reagire a dati così allarmanti sono state le aziende americane che da sempre si approvvigionano di salmone proprio dal Cile. Se fino a pochissimo tempo fa circa il 90% dei 250mila chili di filetti di salmone che Costco, la più grande catena americana di ipermercati all’ingrosso, vendeva ogni anno arrivavano dal Cile, ora tale quantità si è ridotta drasticamente visto che la compagnia ha deciso di rivolgersi alla Norvegia e far arrivare dal Mare del Nord ben il 60% del salmone da vendere. Anche altre grandi catene come Walmart, Whole Foods e Trader Joe’s stanno seguendo l’esempio di Costco, spinte dalla richiesta di maggiore trasparenza e sostenibilità che arriva dai loro clienti. Secondo uno studio effettuato in ventuno paesi dalla società di ricerca GlobeScan, per conto del Marine Stewardship Council (organizzazione no profit indipendente che verifica il rispetto di pratiche di pesca ecosostenibili assegnando certificazioni a chi rispetta i criteri di valutazione), risulta infatti che ben il 72% dei consumatori di pesce ritiene la sostenibilità il fattore chiave per i propri acquisti, più importante ancora del prezzo e della marca, e crede necessario, per poter salvare la vita degli oceani, consumare solo pesce proveniente da fonti sostenibili. Il 54% degli intervistati, inoltre, si dichiara pronto a pagare di più per essere certo di mangiare un prodotto che sia stato certificato come sostenibile. Il 68% degli intervistati pensa necessario che i supermercati e i marchi di distribuzione del pesce verifichino in modo indipendente la sostenibilità dei propri prodotti. Per il 62% la presenza di una certificazione è importante ed aumenta decisamente la fiducia nel marchio.

 

 

Nuovi pericoli per i pesci dal mondo cosmetico

 

Se il fatto che il sovradosaggio di antibiotici nei pesci sia nocivo è riconosciuto ormai da anni, a mettere in serio pericolo gli stock ittici ora c’è un nuovo nemico: si tratta delle microsfere, le particelle contenute in alcuni prodotti di cura della pelle e nei dentifrici (quelle, per intenderci, che rendono possibile fare lo scrub). A renderlo noto dopo un attento studio un gruppo di ricerca della RMIT (Royal Melbourne Institute of Technology) University, in Australia, che hanno dimostrato come i pesci possano assorbire il contenuto inquinante di tali microsfere. Gli studiosi hanno caricato le microsfere, che agiscono come piccoli magneti, con concentrazioni dell’inquinante etere polibrominato bifenile (Pbde). Quindi hanno messounnamed (3) le sfere nell’acqua insieme ai pesci e hanno sperimentato che il 12,5% di tale sostanza era stato assorbito dai tessuti dei pesci. Il Pbde è una sostanza molto dannosa in particolare perché può causare ritardo mentale nei bambini e danni alle ovaie nelle donne. Per questo sono già numerosi i governi che ne stanno riducendo la produzione e l’utilizzo, tra i quali il governo australiano che ha deciso che entro il 2018 tali microsfere dovranno essere eliminate dal commercio. Anche le grandi compagnie di cosmetici, come Unilever e L’Oreal, si stanno impegnando a fare a meno delle microsfere. Sappiamo generalmente che se qualcuno mangia un pesce, rischia di mangiare qualsiasi agente inquinante che potrebbe trovarsi nel pesce”, ha affermato Bradley Clarke, uno degli autori dello studio. “Il nostro prossimo passo è quello di determinare le implicazioni dei nostri risultati su microsfere per la salute pubblica, calcolando la portata di questa esposizione e misurando precisamente la quantità di inquinamento che potrebbe essersi introdotto in questa catena alimentare umana. La nostra ricerca dimostra per la prima volta che gli inquinanti organici persistenti si accumulano nel tessuto dei pesci che mangiano le microsfere.