Se anche l’abitare inquina, il cohousing può essere la soluzione del futuro. Il modello di comunità a basso impatto prende ispirazione dal “low impact development”, frase coniata da Simon Fairlie negli anni Novanta. Lo scrittore ecologista sosteneva che uno sviluppo a basso impatto ambientale avrebbe migliorato la qualità ambientale. Oggi, sempre più, gli scienziati dell’International Panel Climate Change sostengono che l’impatto umano sulla Terra deve essere ridotto il prima possibile. Ma quanto e in che modo siamo disposti a cambiare il nostro stile di vita? Sarebbe più facile vivere in modo sostenibile se si creasse un modello sperimentato di comunità a basso impatto? Il problema risiede anche nel fatto che, indipendentemente dalle condizioni economiche e urbanistiche, si sta assistendo a un processo di “chiusura”, alimentato dal sentimento di non-sicurezza, una sorta di isolamento: case a tenuta stagna non solo dagli sbalzi climatici, ma anche dai rapporti umani con l’esterno. Il cohousing, almeno potenzialmente, rappresenta una valida soluzione contro la crescente solitudine delle nostre grandi città: è qualcosa di molto diverso dai tradizionali condomini, dove ognuno è trincerato all’interno del suo appartamento, ma diverso anche dalle comunità e dagli ecovillaggi, dove a legare tutti i membri sono la condivisione profonda di un progetto comune di vita ma anche la comunione dei beni economici.cohousing Nella coabitazione ogni nucleo familiare ha una propria economia, ma tutti i membri costruiscono rapporti sociali solidali lavorando assieme per soddisfare alcune necessità pratiche.

 

Cohousing e  sviluppo sostenibile

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In Inghilterra ci hanno già provato, e proprio dagli anni Novanta il progetto LILI (Low Impact Living Initiative), un’iniziativa per vivere a basso impatto, continua a diffondersi con successo influenzando le politiche del governo in materia di pianificazione territoriale e di finanziamenti. Dave Darby, il direttore della principale rivista di divulgazione di LILI, racconta con ottimismo che vivere in cohousing, nel prossimo futuro, giocherà un ruolo importante nello sviluppo sostenibile, e non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale, risolvendo la vitale necessità, per coloro che non riescono più a far fronte all’aumento del caro vita, specie nelle città, di accedere a un alloggio decoroso e a servizi socialmente utili.

In Italia, solo recentemente, si sta iniziando a parlare di questo concetto, come fosse una moda esterofila, ma in realtà, riscoprendo il nostro passato remoto, capiamo che non si tratta di un nuovo stile di vita, ma quasi un ritorno alle nostre comunità rurali e di paese, dove il cohousing era anche un coworking e il welfare sociale la norma.

 

Quando la comunità è a basso impatto

Anche grazie allo sviluppo di progetti di architettura green, le comunità a basso impatto si strutturano intorno al vivere e lavorare collettivamente, oltre che al condividere spazi comuni, beni e soft-technology, relazionandosi con l’ambiente naturale, grazie all’impiego di tecnologie green. È importante ricordare che la nascita e la diffusione di questo modello di abitare e di condividere, è dovuta a una necessità popolare e non ad un mirato programma politico urbanistico a livello nazionale, o quantomeno locale. Nel Regno Unito, la maggior parte delle comunità a basso impatto hanno ottenuto l’autorizzazione all’edificazione temporanea e nei migliori dei casi permanente. Grazie alla popolarità di questo modello di cohousing, di recente nel Galles le autorità hanno iniziato a lavorare per la definizione di una pianificazione territoriale a basso impatto. A differenza dello scegliere una vita a basso impatto “solitaria”, però, il modello collettivo deve affrontare un insieme di problematiche, oltre a quella della pianificazione, anche di tipo finanziario, costituzionale e organizzativo per un pacifica convivenza.

 

Cohousing: gli esempi da seguire

Oggi, chi pensa di realizzare e vivere in una comunità di sviluppo a basso impatto può contare su esempi concreti, come la Old Hall Community, una grande comunità insediata in un vecchio convento francescano restaurato nel 1974 per ospitare cinquanta persone e immerso in un terreno agricolo di 70 ettari nel Suffolk (nel sud est della Gran Bretagna). I residenti condividono spazi e attività lavorative per garantire una certa autosufficienza alimentare ed energetica, quest’ultima raggiunta in buona parte grazie all’installazione di pannelli solari, una pompa di calore geotermica e a una caldaia a biomassa. I rifiuti provenienti dalla manutenzione dei campi e dalla preparazione degli alimenti consentono di riscaldare l’acqua calda sanitaria, mentre con gli scarti fertilizzano le coltivazioni. Per rendere efficiente il cohousing ciascuno dei residenti deve dedicare alla comunità almeno quindici ore di lavoro alla settimana, svolgendo attività comuni a favore degli altri, mungitura, caseificazione, cura degli animali, agricoltura, preparazione di alimenti, pulizia, cucito, manutenzione dell’edificio e del giardino, nonché attività di assistenza ai più anziani e ai bambini. 71f461c9-3439-4a96-9b70-c5f085c6a5cdA completare il piano d’offerta per una vita più sostenibile a impatto minimo, durante l’anno la comunità organizza eventi, festival, teatro e concerti in un apposito salone. I ragazzi hanno ampi spazi per giocare all’aria aperta e per andare in bicicletta. I prodotti della comunità vengono conservati in un apposito magazzino autogestito. Nessun residente è proprietario dell’immobile e pertanto si paga una quota mensile calcolata in funzione allo spazio occupato e al numero di componenti del suo nucleo familiare. Nell’affitto mensile sono incluse le spese comunitarie di manutenzione, gas, elettricità, tasse comunali, i costi connessi alla produzione del cibo (miele, conserve, latticini, insaccati, ecc.) e le consumazioni dei pasti, così come l’uso di materiali di consumo. L’importo effettivo pagato ogni mese varia in funzione dei consumi, ma è sicuramente più competitivo nel mercato immobiliare locale rispetto alle formule abitative tradizionali. Diventa fondamentale porre l’attenzione sul fatto che il modello della coabitazione non è applicabile sempre, e neanche può essere imposto: è una condizione legata strettamente alla volontà. La condivisione degli spazi e dei tempi può portare a molti benefici, sociali ancor prima che economici, ma anche ad alcuni doveri: sono necessari regolamenti molto rigidi alla base di una cooperativa di coabitazione, in cui ogni partecipante si assume le responsabilità che ha nei confronti del gruppo.